Ridurre lo Stress ed Incrementare il Benessere dei Lavoratori

workers

Lo stress lavoro-correlato rappresenta uno dei rischi professionali a cui un datore di lavoro deve porre attenzione nella gestione della sicurezza sul lavoro della propria azienda. Legati a questa tematica ci sono diversi fattori (soggettivi, oggettivi, procedurali, ecc.) che rendono la sua gestione e prevenzione molto difficile.

Quanto sopra anche per il fatto che stiamo parlando di un fattore di rischio trasversale che non fa differenze tra imprenditori, lavoratori autonomi, lavoratori dipendenti, classi sociali, diversità di genere e razza.

La normativa italiana in materia (D. Lgs. n. 81/2008 o Testo Unico sulla sicurezza) ha dato un primo indirizzo alle modalità pratiche con cui gestire questa fattispecie di rischio, modalità che presentano però luci ed ombre. Quest’ultimo aspetto è ancora più evidente se andiamo a pensare alle innumerevoli sfaccettature che ci sono dello stress lavoro-correlato e gli elementi che lo caratterizzano.

Il legislatore, dal canto suo, ha tentato di dare dei confini ad una materia così ampia recependo quanto indicato nell’Accordo Europeo del 2004, attraverso il quale si è arrivati a stabilire innanzitutto che lo stress lavoro-correlato non è una malattia, ma un fattore di rischio dal quale potrebbero discendere conseguenze psico-fisiche sulla persona.

Altro punto focale della questione, come già specificato sopra, è che non ci sono distinzioni tra posizioni lavorative, inquadramenti aziendali, classi sociali, differenze di genere o provenienza: può potenzialmente colpire tutti. Un’ultimo aspetto, molto importante, è che lo stress lavoro-correlato dipende, oltre che da fattori soggettivi o collegabili alla vita privata delle singole persone, anche, se non soprattutto, da quanto accade all’interno dell’azienda: organizzazione ed ambiente di lavoro, comunicazione, innovazioni produttive, tecnologiche e di processo, sentiment dei lavoratori rispetto al proprio ruolo in azienda.

Su questi fattori, dunque, è possibile mettere in atto delle azioni preventive, tanto più che statistiche ufficiali hanno oramai da tempo determinato che ogni persona passa circa l’80% della sua vita su un luogo di lavoro.

In aggiunta a quanto già detto sopra, inoltre, c’è da considerare anche la pesante crisi economica che ha aggiunto ancora maggiori elementi di instabilità nella vita delle persone. Questo contesto sociale ed economico, infatti, certamente non aiuta a condurre una vita serena e focalizzatata sulle proprie priorità (famiglia, figli, lavoro, persone care, casa, ecc.) ma, anzi, aumenta le sensazioni negative, imbarbarisce i rapporti umani, crea tensioni ed ansie. Le persone, dunque, così “pressate” possono faticare maggiormente a lavorare in team, ad essere efficaci ed efficenti e possono così divenire, per paradosso, fattore destabilizzante per un’azienda.

Non si può più, dunque, sottovalutare questo fenomeno, come invece purtroppo ancora avviene nel nostro Paese, soprattutto se si considera che molteplici studi, anche a livello europeo, lo definiscono come la principale causa di malattie professionali nel prossimo futuro. Gli effetti pesano, peraltro, non soltanto sull’azienda, che ne paga le conseguenze in termini di efficienza lavorativa e produttiva, ma anche sul Servizio Sanitario Nazionale. Un recente studio svizzero sullo stress e la stanchezza dei lavoratori (Job Stress Index 2014) ha dimostrato che questi fattori costano alle aziende 5,6 miliardi di franchi. Considerato che i lavorativi attivi in Svizzera sono 4,9 milioni di questi oltre un milione è eccessivamente stressato e due milioni di impiegati soffrono in varia misura di spossatezza.

Un elemento che aumenta la possibilità di manifestazione di questo rischio è, infine, certamente l’estrema precarietà lavorativa odierna e, ancora peggio, la difficoltà a trovare un lavoro. I lavoratori c.d. “precari”, infatti, sono soggetti vulnerabili perché hanno timore per il proprio futuro in quanto non vedono arrivare certezze dalla loro vita lavorativa. Questo li espone ad una maggiore fragilità psicologica rispetto al vissuto lavorativo quotidiano che, di conseguenza, può andare ad impattare anche sul vissuto personale. Oltre ai fattori legati alla precarietà lavorativa, inoltre, il lavoratore con contratti “atipici” è anche potenzialmente esposto a stress lavoro-correlato per la scarsa conoscenza che potrebbe avere, rispetto ad un lavoratore stabile, delle procedure aziendali o delle tecnologie utilizzate per il lavoro.

Inoltre, è fondamentale ricordare come un lavoratore stressato sia estremamente vulnerabile rispetto al rischio di infortuni sul lavoro sia perché meno attento e concentrato su quello che deve fare sia perché, stante la scarsa forza contrattuale, più facilmente può accettare lavori a maggior rischio e in condizioni di sicurezza lavorativa precaria. Quest’ultimo aspetto è ancora più evidente nei casi di lavoratori stranieri che, per cultura e tradizioni talvolta o debolezza contrattuale altre volte, hanno ancora meno forza.

Pur essendo difficile individuare delle soluzioni assolute ed efficaci, ritengo che sia opportuno da parte delle aziende fare un’attenta analisi della propria organizzazione del lavoro e determinare, come del resto lo stesso Testo Unico Sicurezza richiede, delle procedure ad hoc per i lavoratori c.d. “precari”. Momenti di informazione e formazione specifica, procedure (lavorative e di sicurezza) tarate rispetto alle caratteristiche dei singoli contratti di lavoro potrebbero alcuni degli strumenti applicabili. Certamente questo rappresenta uno sforzo aggiuntivo per le aziende ma che, indubbiamente, può essere ripagato dalla maggiore produttività ed efficenza dei lavoratori. Di non poco conto, infine, è lo sviluppo di una sinergia ancora più efficace con il Medico Competente aziendale che possa, insieme con il datore di lavoro o il RSPP, attuare un efficace piano di monitoraggio dello stress lavoro-correlato a prescindere dagli obblighi minimi previsti dalla legge.

Per risolvere, o iniziare ad affrontare efficacemente la questione, basterebbe, inoltre, ridare valore e piena dignità alla persona sia nel contesto privato che lavorativo e, pertanto, rompere il tabù con argomenti e tematiche che, in molti casi ancora oggi, sono visti come superflui o mere perdite di tempo rispetto alla prioritaria esigenza produttiva. Tutto ciò non capendo che un maggior benessere diffuso nei lavoratori aumenta automaticamente la capacità produttiva degli stessi.

 

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